Da: AmiciCani.com
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Inviato: giovedì 23 luglio 2009 20.54
La scoperta di Matteo, il suo arrivo e la sua
rinascita per
me restano avvolti nel mistero e nel miracolo. La nostra storia
è semplice. Io
ho visto lui e me ne sono innamorata. Su internet. Come accade a tanti.
Lui era
sporco, storpio, paraplegico, eppure vivo. Sopravvissuto, nascosto nel
bosco,
nella foresta per sfuggire all’uomo. Non mi sono posta troppe
domande. Una sì
però: quante risorse aveva messo in gioco per sopravvivere?
Quali strategie
geniali di sopravvivenza? Matteo era un cane speciale e andava tolto
dalla
strada, sottratto dai ripetuti tentativi di chi lo voleva eliminare
gettandolo
in canali di scolo dove fargli fare la fine del topo nel pozzo. O
togliendolo a
bastonate dal sagrato del santuario perché la vista di un
randagio mezzo
selvatico, mezzo lupo e mezzo maremmano, e per qualcuno “mezzo
cane”, poteva
disturbare i pellegrini. Poverini.
Lo avevano tenuto in vita fino ad allora due santi (non certo il
sindaco, che
aveva scritto un’ordinanza affamarandagi per evitare che i cani
di cui per
legge è responsabile potessero almeno mangiare e bere): una
volontaria e un
frate cappuccino, il solo tra i confratelli del santuario di San Matteo
a
passargli cibo di nascosto. Ma Matteo per me non poteva vivere
più a rischio.
Mi sono impegnata per farlo salire, il destino ha voluto mettere sul
mio
cammino molto tortuoso incontri e persone speciali che ho trovato al
posto
giusto e al momento giusto, per offrirgli uno stallo a due passi da
casa perché
potessi tutti i giorni socializzare, cercare un varco di dialogo, di
comunicazione. Uno spiraglio. Lo cercavo ma lui non rispondeva. Poi, ha
iniziato a mandarmi messaggi. A “scrivermi” pensierini.
Senza mai cercarmi. Io
di qua, lui di là. Seduti vicendevolmente di spalle. Di lato.
Per più di un
mese l’impresa era fargli ingerire sei pastiglie al giorno. Un
incubo.
Diventato una sfida. Il cibo, la consuetudine, sono diventati il nostro
primo
linguaggio. Il resto è venuto da sè.
Ci sono voluti cinque mesi, in una straordinaria progressione di
risultati, per
assistere alla sua rinascita. Un pianto per il primo scodinzolo. Un
altro
pianto per la prima annusata. Un pianto per lui che si mette di pancia
e mi
allunga la zampa. Un altro pianto per il primo morso da gioco. Un altro
ancora
per il primo bacio. Cinque mesi di quotidiana peregrinazione mattutina
in
rifugio. Dura, ammetto. Durissima. Ma se prima Matteo si nascondeva per
scappare, ora lo faceva per giocare a nascondino. Io dentro la casetta,
lui
dietro la porta, a simulare l’agguato.
Prima dovevo sedarlo per toccarlo. Ora dovrei sedarlo per farlo finire
di
giocare. Poi, è arrivato il momento magico del suo progressivo
approccio a
casa, con gli altri nostri cani. Quattro maschi. E una sola femmina.
Era
l’ultima scommessa da vincere. La sfida dell’adattamento
finale. Poteva essere
la rissa, con feriti. L’indifferenza, con la vigilanza. Oppure la
famiglia, il
suo branco “libero” nei confini della sua nuova
libertà. Attendevo ogni
domenica per scoprire come loro ci avrebbero stupito. I cani sono
migliori di
noi, comprendono e accettano l’handicap più di noi. Si
relazionano meglio di
noi, mandano messaggi pacificatori più di noi.
Si riconoscono più di noi. Non è forse un caso che il suo
migliore compagno di
giochi e cane guida sia diventato l’ultimo arrivato, un microbo
di meticcio
trovato con una catena incarnata nel collo. La prima volta che si sono
visti è
stata una rivelazione da cardiopalma: ha attraversato di corsa il
giardino e lo
ha affrontato muso contro muso. Oddio, mi sono detta: adesso lo sbrana.
Invece
si è lasciato baciare sulla bocca. Matteo poteva accettarlo
oppure aprire la
bocca e distruggerlo. Si sono capiti al volo. Oggi giocano al domatore
e al
leone. La testa dell’uno sempre dentro le fauci dell’altro.
Il microbo lo
abbraccia e insieme a lui si rotola sul prato.
Matteo ora è a casa sua. Sta misurando i suoi nuovi spazi, osa,
si ritira,
decide lui quando. Adottare un cane disabile segna un confine tra come
eravamo
prima e come siamo migliori dopo. Avere un gigante seduto che ti segue
e ti
cerca, che ha adottato te, è l’esperienza più bella
e avventurosa che potesse
capitarmi. Un’alleanza possibile, un miracolo, un mistero. Quando
finalmente
avrà il suo carrellino, quaranta chili di cuore e intelligenza
annuseranno
l’erba pulita. Cosa c’è di più bello di una
pipì nel prato fuori casa?
La mamma di Matteo



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